Testimonianza

Mobbing sul lavoro, le umiliazioni quotidiane raccontate da Elena

La 34enne comasca ha lasciato l’impiego dopo anni di battute, informazioni negate e pressioni che le hanno provocato ansia e insonnia.

Mobbing sul lavoro, le umiliazioni quotidiane raccontate da Elena

Elena, nome di fantasia scelto per tutelare la lavoratrice e l’azienda coinvolta, ha 34 anni e vive in provincia di Como. Per tre anni ha lavorato come impiegata contabile in una realtà locale, prima di lasciare il posto e ricominciare in un’altra azienda dello stesso settore. La sua esperienza riguarda una forma di pressione sul lavoro difficile da riconoscere, perché costruita non su un singolo episodio eclatante, ma su battute ripetute, informazioni omesse, piccoli ostacoli e una progressiva svalutazione personale.

Le battute e le indicazioni contestate

All’inizio Elena era soddisfatta dell’assunzione. Dopo il periodo di prova, i titolari avevano deciso di offrirle un contratto a tempo indeterminato, ma proprio in quella fase, racconta, l’ambiente aveva iniziato a cambiare. Alcuni colleghi le rivolgevano commenti presentati come scherzi, dicendole che era stata fortunata o che aveva ottenuto un lavoro semplice. Secondo la donna, quelle frasi venivano ripetute nel tempo e finivano per mettere in discussione il valore del suo impegno.

La situazione, riferisce Elena, si è aggravata quando anche il caposervizio incaricato di seguirla avrebbe iniziato a sminuirla. In alcune occasioni le avrebbe consigliato di rimandare pratiche che in seguito si rivelavano urgenti. Il risultato, dal suo punto di vista, era che davanti ai titolari sembrava lei a non rispettare le scadenze. Con il passare dei mesi la lavoratrice ha cominciato a dubitare delle istruzioni ricevute e a temere che eventuali errori venissero attribuiti soltanto a lei.

La donna sostiene inoltre che il responsabile scoraggiasse i suoi tentativi di parlare direttamente con la proprietà. Le avrebbe detto che avrebbe infastidito i titolari, fatto una cattiva impressione o creato problemi inutili. Questa situazione l’avrebbe portata a sentirsi isolata e senza la possibilità di verificare le informazioni o di spiegare la propria versione dei fatti. Ansia, tachicardia e insonnia sono diventate, nel suo racconto, le conseguenze più evidenti di quella pressione.

Il cambio di lavoro e la tutela

La tensione ha finito per condizionare anche il tempo libero. Elena racconta di avere iniziato a stare male già la domenica sera, pensando al rientro in ufficio, e di essersi sentita incapace e colpevole. Con l’aiuto di uno psicologo ha cominciato a riconoscere la natura delle dinamiche che stava vivendo. Nel frattempo ha cercato un nuovo impiego e, dopo averlo trovato, si è dimessa. Il cambio di ambiente, spiega, le ha permesso di capire che non era incapace, ma era stata portata a dubitare delle proprie capacità.

Elena non ha presentato una denuncia, nonostante i consigli ricevuti, anche dallo psicologo. Per questo ha scelto di mantenere l’anonimato e di raccontare la vicenda per richiamare l’attenzione su comportamenti che possono restare nascosti dietro l’apparenza di semplici scherzi. In ambito lavorativo, una condotta sistematica e prolungata può rientrare nel mobbing; in altri casi si parla di straining, quando una situazione vessatoria produce effetti duraturi anche senza una persecuzione organizzata in ogni dettaglio. La qualificazione dipende comunque dalle circostanze concrete e dagli elementi che possono essere dimostrati.

Per tutelarsi può essere utile conservare email e messaggi, annotare gli episodi indicando date, orari e possibili testimoni e confermare per iscritto le istruzioni ricevute verbalmente. In presenza di sintomi come insonnia, ansia, tachicardia o attacchi di panico è consigliabile rivolgersi al proprio medico. Prima di rassegnare le dimissioni, inoltre, è prudente chiedere assistenza a un sindacato o a un avvocato del lavoro: l’eventuale riconoscimento della giusta causa e l’accesso alla Naspi dipendono dalle circostanze e dalla documentazione disponibile.