Barriere urbane

Coniugi con disabilità visiva: «A Como usciamo con paura»

Marciapiedi sconnessi, attraversamenti rischiosi e assenza di segnali acustici limitano l’autonomia dei due residenti.

Coniugi con disabilità visiva: «A Como usciamo con paura»

Uscire di casa e muoversi in autonomia per le strade della propria città è diventato sempre più difficile per Domenico Cataldo e Michela Barrasso, marito e moglie residenti a Como. Lui è ipovedente, lei non vedente. I due hanno scritto al sindaco Alessandro Rapinese, alla vicesindaca Nicoletta Roperto e alla maggioranza comunale per segnalare le difficoltà incontrate ogni giorno negli spostamenti e chiedere interventi concreti.

Nel documento, indirizzato anche alla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, alla parlamentare Chiara Braga e al Garante della disabilità, i coniugi descrivono una città in cui la mobilità delle persone con disabilità visiva sarebbe diventata più complessa. Marciapiedi dissestati, attraversamenti ritenuti pericolosi, percorsi tattili non adeguati e la quasi totale assenza di semafori con segnalazioni acustiche renderebbero difficile individuare ostacoli e veicoli in avvicinamento.

Le contestazioni alle scelte comunali

Domenico e Michela parlano di un peggioramento della vivibilità degli spazi urbani e contestano quella che definiscono una gestione non sufficientemente attenta alla mobilità autonoma delle persone più fragili. Tra gli episodi citati figurano la bocciatura, il 1° luglio 2024, di una mozione sulla sicurezza del parcheggio di via al Bassone e quella del 20 maggio 2026 sull’accessibilità del nuovo lungolago.

I due cittadini richiamano inoltre il mancato inserimento del Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche nel Documento unico di programmazione 2027-2029, discusso nella seduta del consiglio comunale del 1° agosto 2026. A loro giudizio, alle carenze infrastrutturali si aggiungono comportamenti che rendono ancora più rischiosi i percorsi pedonali.

Paura e rinuncia agli spostamenti

Nel loro racconto compaiono automobili e mezzi pesanti parcheggiati sulle strisce pedonali, veicoli a due ruote che transitano sui marciapiedi e persone distratte dall’uso del telefono. Per chi non vede o vede soltanto parzialmente, spiegano, situazioni di questo tipo possono trasformarsi in un pericolo concreto. I coniugi definiscono il suolo pubblico una vera e propria giungla, attribuendo il problema sia all’inciviltà sia alla carenza di controlli.

Le conseguenze riguardano soprattutto l’autonomia personale. Domenico e Michela riferiscono di dover rinunciare sempre più spesso a raggiungere luoghi di loro interesse senza accompagnamento e di essere costretti a studiare itinerari alternativi, anche quando sono più lunghi e difficili, per evitare le strade considerate più rischiose. La paura di incidenti, sostengono, condiziona così le attività quotidiane e limita la libertà di scelta.

Nel documento viene richiamato anche l’articolo 3 della Costituzione, con il riferimento al dovere di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione alla vita sociale. La richiesta rivolta alle istituzioni non è di ricevere privilegi, ma di poter attraversare gli spazi cittadini senza timore. In vista delle prossime elezioni comunali, i due coniugi chiedono inoltre che la futura amministrazione consideri la sicurezza e l’accessibilità come condizioni essenziali per una città realmente inclusiva.