Per i pazienti affetti da epatite cronica Delta, la forma più aggressiva di epatite virale cronica, si apre una nuova prospettiva terapeutica grazie a un anticorpo monoclonale sperimentale, brelovitug. Questo farmaco ha dimostrato un’elevata attività antivirale e un profilo di sicurezza favorevole nello studio di fase IIb AZURE-1, i cui risultati sono stati presentati al Congresso dell’Associazione Europea per lo Studio del Fegato (EASL) a Barcellona.
Brelovitug, ancora in fase di sviluppo e non disponibile nella pratica clinica, ha evidenziato una significativa riduzione della carica virale e un miglioramento dei principali indicatori di danno epatico, attirando l’attenzione della comunità scientifica su una patologia con opzioni terapeutiche limitate.
Una malattia rara ma particolarmente aggressiva
L’infezione da virus dell’epatite Delta (HDV) può svilupparsi solo nelle persone già infette dal virus dell’epatite B (HBV), poiché il virus Delta utilizza l’antigene di superficie dell’HBV per completare il proprio ciclo vitale. Colpisce esclusivamente i pazienti positivi all’HBsAg.
Questa forma di epatite virale cronica è caratterizzata da una progressione più rapida verso cirrosi, insufficienza epatica e carcinoma epatocellulare rispetto alla sola infezione da HBV. La diagnosi spesso avviene quando il danno al fegato è già avanzato. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’HDV interessa circa il 5% delle persone con infezione cronica da epatite B, pari a circa 12 milioni di individui nel mondo. In Italia, si stima che i pazienti siano circa 3.000, ma gli esperti avvertono che la malattia è ancora largamente sottodiagnosticata.
Come agisce brelovitug
Brelovitug è un anticorpo monoclonale completamente umano sviluppato per legarsi all’antigene di superficie del virus dell’epatite B (HBsAg), proteina presente anche nel virus Delta e necessaria per la diffusione dell’infezione. Il farmaco ha già ottenuto dalla Food and Drug Administration statunitense la designazione di Breakthrough Therapy, mentre l’Agenzia europea dei medicinali gli ha conferito lo status di farmaco orfano e lo ha inserito nel programma PRIME, dedicato alle terapie promettenti per bisogni clinici insoddisfatti.
Lo studio di fase IIb ha coinvolto 53 pazienti con epatite cronica Delta, randomizzati a ricevere due schemi di trattamento con brelovitug o nessuna terapia. Dopo 24 settimane, il 100% dei pazienti trattati con 300 mg una volta a settimana ha raggiunto la risposta virologica, definita come una riduzione di almeno 2 logaritmi della carica virale o la completa non rilevabilità dell’RNA del virus nel sangue. Nel gruppo trattato con 900 mg ogni quattro settimane, la risposta è stata osservata nel 75% dei pazienti, mentre nel gruppo di controllo non è stata registrata alcuna risposta.
Il trattamento è risultato generalmente ben tollerato, senza segnali di sicurezza che abbiano richiesto l’interruzione della sperimentazione. Gli esperti, come Nancy Shulman, Executive Vice President of Clinical Development di Mirum Pharmaceuticals, hanno dichiarato che i risultati di AZURE-1 rafforzano il potenziale di brelovitug come monoterapia efficace e ben tollerata per l’epatite Delta.
Il professor Pietro Lampertico, ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano, ha commentato che i dati preliminari sono estremamente incoraggianti e, se confermati dallo studio registrativo di fase III attualmente in corso, questo nuovo farmaco potrebbe ottimizzare il trattamento e la gestione dei pazienti con epatite cronica Delta.
Il programma clinico AZURE prosegue ora con lo studio registrativo di fase III, con i primi risultati attesi nella seconda metà del 2026. In caso di conferma dell’efficacia e della sicurezza del farmaco, Mirum Pharmaceuticals potrà presentare la domanda di autorizzazione alla Food and Drug Administration statunitense.